Gli imperdonabili al di là di tutte le etichette

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Leggevo in questi giorni un paio di frasi di Cesare Garboli, critico e intellettuale di sinistra capace di confrontarsi con Chateaubriand. Dopo aver sperimentato con i propri occhi e orecchie il degrado del mondo editoriale “postsessantottino”: “Il resto degli anni Settanta cominciò a essere una sola cosa: il reperimento delle schede per il premio Strega. Era tutto molto noioso”. Dopo aver lavorato alla creazione di una collana che desse spazio ai giovani quarantenni che scalpitavano: “non ne potevano più, e sentivano il bisogno di infrangere lo statuto pesante, l’autorità di quei narratori che chiudevano tutti i varchi”. Eterno ritorno dello stesso problema. Quindi in fondo neppure così nuovo. Se ribelle era Bianciardi, Garboli, una sera, a Siena, alla fine di una pièce, venne a sapere dell’assassinio di Aldo Moro, e decise di prendere l’auto, non far ritorno a Roma, rifugiarsi nella sua Versilia, e darsi alla fuga, a Parigi, in Francia, tra i castelli delle Memorie d’oltretomba, a lungo uno dei grandi testi omessi dai “giacobini” d’Italia, troppo sconveniente. Maggio 1978.

Ottobre 2019. A Parigi, dopo l’ennesima devastazione della Nouvelle Librairie di François Bousquet in rue de Médicis, e dopo l’aggressione a Renaud Camus al jardin du Luxembourg, per mano di un manipolo di “antifascisti” che non sopportano la sua lotta contro l’invasione africana, è stata la volta di Gabriel Matzneff al caffè L’Eurydice, nel Quartier Latin. Durante un evento in suo onore, l’autore ha infatti rischiato il linciaggio da parte di alcuni studenti d’estrema destra per via della sua erotica scandalosa (e Dostoevskij?), e, in contemporanea, l’aggressione verbale di un gruppo di sinistrorsi inneggianti ai gulag, forse in ragione delle sue idee non allineate (e Solzenitzyn?), d’ortodosso filorusso. Di recente c’erano già stati i casi di Alain Soral, di Alain Finkielkraut, e le minacce a Michel Houellebecq per Sottomissione. Quello di scrittore è dunque diventato un mestiere molto più pericoloso di quanto parrebbe, in questo meraviglioso mondo. Il futuro forse non è la flânerie alla Baudelaire, bensì il portichetto di Burroughs, con in pugno un bel fucile a canne mozze.

O su un’isola, perché lo scrittore è l’isolato, è l’uomo-isola, che ama gli altri uomini-isole, che ama la sua solitudine ma anche i viaggi in vela o in traghetto e i traghettatori che consentono il viaggio, l’incontro tra le irriducibili individualità di chi scrive: l’importante è saperlo essere e trovare il vero traghettatore, appaltare i propri collegamenti alla giusta compagnia di navigazione, e che non esista alcun monopolio.

In Francia, i libri degli autori più imperdonabili sono tascabili. Gabriel Matzneff, Paul Morand, Roger Nimier, Richard Millet, e altri. In Italia, i libri degli autori più imperdonabili sono introvabili. Figurarsi tascabili.

L’aria si è fatta asfittica e il vento che soffia più forte è quello del settarismo, ostracismo, farisaismo, dei moralizzatori provenienti dai quattro punti cardinali con uguale spirito, insopportabili per chi sia cresciuto con I tre moschettieri, fabbricandosi una rudimentale spada, per gioco, ma continuando, negli anni, a sentirsi moschettiere, salvo scoprire un paese in cui il duello è farsa, neppure gioco, e meno che mai fair.

Perché, come ha scritto Davide Brullo, dando voce a un pensiero che è il mio da almeno vent’anni: “L’Italia, di facciata, è un popolo di santi, poeti, navigatori; in realtà, è un paese di mafiosi, di leccaculo e di pavidi.”

Quanto a me, non posso che esprimermi col mio sangue – quello della mia carne, quello del mio cuore, – ma, nonostante un certo mio tenermi a distanza da tutto, ho deciso di scrivere appassionatamente queste righe.

Forse sarò imperdonabile anche per alcuni degli imperdonabili: mi sento troppo al di là di tutte le etichette. Tuttavia non posso fare altro che stare con degli imperdonabili: li vorrei trovare al di là di tutte le etichette.

Non firmo un manifesto. Non scrivo un manifesto. Non scrivo neppure un mio manifesto. Non firmo neppure un mio manifesto. Io sono il mio manifesto – e sto di fronte a nessuno. Io sono manifesto – la mia minoranza di uno.

Leibinztiana monade in cui tutto è possibile. Da solo. Ma, necessariamente, anche assieme ad altri. Perché so che ci sono degli altri. E che pensiamo in modo simile. Da anni. Non resta altro da fare che scrivere e farsi pubblicare.

Quanto agli altri, agli eventuali compagni di navigazione, non posso che consigliare di far proprio uno dei passi più radicali del Nuovo Testamento: “Se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore”.

Allora l’unica cosa certa è che se a perdonare dev’esser mai qualche giornalista, direttore, recensore, o commissario, o salotto, buono – non fosse che nessuno è buono – o cattivo, c’è l’imperdonabilità di fronte a e da parte di alcuni.

*** *** ***

Fotografia di Adriano Padua tratta dalla serie “Il quarto stato”, per gentile concessione dell’autore. Adriano Padua è nato a Ragusa nel 1978. Ha pubblicato le seguenti opere: Le Parole Cadute (d’if, 2009), Alfabeto provvisorio delle cose (Arcipelago, 2010), La presenza del vedere (Polimata, 2010), Schema (d’if, 2012), Still Life (Miraggi, 2017). Come performer ha partecipato ai maggiori festival e appuntamenti nazionali di poesia (Romapoesia, Parmapoesia, Absolute Poetry di Monfalcone, Festival della poesia civile di Vercelli, Poesia Presente di Milano, Notte Bianca di Roma, RicercaBo di Bologna). Laureato in sociologia della letteratura, ex giornalista, lavora nel campo della comunicazione e degli eventi culturali. Esegue i suoi testi con la collaborazione di dj e musicisti. Si diletta di fotografia.


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