Libertà! Libertà! Libertà! Settimo manifesto degli Imperdonabili

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Davide Brullo quando scrive è bravo. Non lo dico solo io. Lo pensano in tanti (simpatizzanti, amici e nemici). È un fatto. Il fatto però che sia stato licenziato da Linkiesta, ha creato un danno culturale all’intera nazione di lettori attenti al vero. Ciò non di meno, questa beffa all’italiana si è trasformata nella miccia di un movimento; di un qualcosa che non si può più tacere. Sto parlando del riscatto di tutti i poeti e scrittori dal sottosuolo, costretti all’esilio, all’omertà, al silenzio politico della storia e del potere.

Quello che sta accadendo in Italia ‒ in maniera diversa ovviamente, ma sempre drammatica ‒ è il tentativo di bloccare la fondazione di una nuova civiltà letteraria mai così feconda, come accadde in Russia con Pasternak, Mandel’štam, Majakovskij, Blok, Achmatova, Cvetaeva, e tanti altri.

I nostri Pasternak e Cvetaeva siamo noi. Non ha importanza ora, qui, fare i nomi; ognuno si senta chiamato in causa, se ha provato davvero un vissuto sofferto e personale.

L’essere imperdonabile, perché scrivo cose sperimentali e non in accordo con le linee editoriali, da frustrazione diventi vanto. Impossibile perché visionario, avveduto all’avvenire, sia uno dei tanti slogan, se ce ne fosse ancora bisogno. Quello di cui invece c’è bisogno, è il coraggio di case editrici pronte ad accogliere questa sottaciuta ma incredibile civiltà letteraria. Mi auguro che veramente Gli imperdonabili diventi una collana, come mi auguro che l’anarchia talentuosa di poeti e scrittori non rimanga fantasma nei vicoli della penombra, ma fiaccola alimentata dalla miccia che illumini quel bivio che porta a una scelta: o il grande misterioso ignoto della Letteratura, o il vuoto insipido nulla a cui il potere vuole portare sempre più giovani e meno giovani a spegnersi.

Da anni la democrazia è assente nell’aria, ovunque. L’invidia delle mafie letterarie spopola da decenni anche in Italia. Conosco poeti e scrittori che come me hanno pagato o stanno pagando la propria originalità. È veramente tempo di alzare la testa, di protestare, di essere fieri della propria potente voce, in una realtà emporiocentrica che pretende ad ogni costo l’indifferenza del e nel silenzio. Lasciatemi urlare dunque: libertà! libertà! libertà!

*** *** ***

Fotografia a corredo di Michela Bin, per gentile concessione dell’autrice. Nata a Trieste nel 1972, Michela Bin è laureata in archeologia medievale presso l’Università di Trieste; appassionata di fotografia da sempre, ha approfondito le sue conoscenze, tra gli altri, con Graziano Perotti.


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